Michelangelo Della Morte

Nato a Napoli e laureato all’Accademia di Belle Arti della stessa città. Ispirato dalla pittura seicentesca e orientato verso una ricerca pittorica da “bottega”, il suo percorso propone il costante bisogno di una ricerca simbolica, sia per fattori contenutistici che estetici, coadiuvati da un linguaggio contemporaneo.

Michelangelo Della Morte 1983

Contributi

Gerardo De Simone

Il corpo umano è al centro della pittura di Michelangelo Della Morte. Corpi di uomini e donne, giovani e meno giovani, col loro portato di bellezza, di verità, di evidenza fisico-anatomica, di sensualità (talora morbosa); ma anche, indissolubilmente, corpi che esprimono altro, che si sforzano di andare oltre il visibile, oltre la superficie delle cose, sotto pelle. Michelangiolescamente, i corpi del giovane artista napoletano, con le loro pose ricercate e manieristicamente arrovellate, mai scontate anche quando rimandano a prototipi della tradizione, ambiscono a trasmettere una sostanza, un’essenza che attiene allo spirito, alla coscienza, all’identità profonda, intima, imperscrutabile dell’essere umano. Una ricerca di trascendenza – da intendersi in senso letterale, più che religioso – continuamente frustrata e rinnovata: la pittura di Della Morte interroga la realtà stessa di cui i corpi sono la parte, la possibilità di delimitare un confine tra corpi e spazio: talora le membra, i volti accennano a “sciogliersi” nello spazio (Figli del cielo, 2011; Senza titolo, 2012; Fracta, 2014), come a suggerire una continuità, una quarta dimensione spazio-temporale che riflette gli interessi dell’autore per la fisica e la relatività einsteniana. Arte e scienza, mito e religione (si veda il piccolo, squisito San Sebastiano, dove il mimetismo stilistico giunge al limite del virtuosismo o della falsificazione), psicologia e alchimia: stimoli diversi e convergenti per rappresentare la condizione umana, la presenza dell’uomo nel cosmo, che rimane al fondo un mistero, affascinante e ispiratore.

Della Morte sintetizza queste suggestioni attraverso una pittura di nobile stampo figurativo, seicentesco in particolare: il suo linguaggio è principalmente modellato sulla lezione caravaggesca, sull’emergenza plastica dei corpi, della pelle rischiarata dalla luce, da un fondo scuro; ma anche, in misura quasi altrettanto decisiva, dalle ricerche manieriste sulla varietà di articolazioni della figura umana (specie della Maniera post-michelangiolesca, anche internazionale). Influenze mediate e assorbite non solo per vie di elettive affinità, ma altresì attraverso la sua solida formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli: tramite il maestro Raffaele Canoro, e tramite gli studi accademici di impronta neorinascimentale e neoseicentesca comuni nell’Ottocento e nel primo Novecento (si pensi al caravaggismo di un Cammarano o di un Morelli), di cui si coglie l’eco delle prove grafiche di Della Morte, spesso (ma non sempre) preliminari ai dipinti. L’effetto che ne risulta è potente ed efficace, sia sul piano formale che espressivo.

Michelangelo, Caravaggio, Ribera, Rubens, Battistello, Stanzione, Velasquez (per certe note di eleganza cromatica), Piazzetta…: la resa delle carni, della muscolatura, del sangue che palpita, che scorre a fior di epidermide; l’oltranzismo al contempo fisico e metafisico, il realismo ora brutale e sconcertante, ora assorbito in formule di classica eleganza compositiva; il senso tragico e ineludibile dell’esistenza umana, della soglia tra vita e morte. Sono questi i caratteri fondamentali che Della Morte attinge nei modelli gloriosi del passato, per lui incomparabilmente più vivi, veri e stimolanti dei suoi (e dei nostri) contemporanei, più o meno recenti.

La cifra agonistica della sua poetica si traduce nel dominio della figura singola, strenuamente impegnata in una lotta per esserci, per affermare la propria presenza, qui ed ora, una lotta ora fisicamente convulsa, ora interiore, psicologica (fino a nascondere il volto o comunque a sottrarlo allo sguardo dell’osservatore). I protagonisti, sia uomini che donne, si stagliano in una dimensione di isolamento quasi titanico, in una sfida con il mondo oscuro (e ostile? Certo sconosciuto e inquietante) che li circonda.

Spesso Della Morte si alimenta dalle figure della mitologia classica, archetipi junghiani (e hillmaniani) dell’inconscio collettivo: Giove che cavalca possente la sua aquila; Giunone che ammicca languida e ambigua; Giano (Janus), che come Figli del cielo affronta il tema della duplice polarità, ineludibilmente dialettica, della natura umana – l’incontro scontro del maschile e del femminile; Mater Matuta, che trasmette una vicinanza profonda e rassicurante, una complicità fisica e psicologica, della figura allo spettatore; Saturno, emblema della malinconia (e della creatività artistica), che colpisce per la bellezza del modellato, del panneggio giallo, della classica posa. Auspicium Fernova, per cui il pittore si è servito come modello del padre, è un omaggio alla filosofia come divinazione esoterica: il titolo è un cifrato riferimento al De occulta philosophia (1531-33) di Agrippa di Nettesheim.

Altre volte l’identità delle figure resta anonima, rendendocele più prossime e contemporanee: è forte l’impulso di identificazione con il rovello esistenziale, vissuto nel vivo delle carni non meno che nei tormenti dell’animo, di Sogno e Solitudine (in ambo i casi reso attraverso un uso contorto ed espressivo del nudo femminile); nelle Due amanti il torpore assorto dopo l’amore è turbato dal sinistro affiorare, sotto la tappezzeria in velluto del divano, di escrescenze deformi, volti umani stravolti: una materializzazione dei mostri dell’inconscio che altera l’idillio erotico e ingenera un durevole shock percettivo nello spettatore.


Gaspare Natale

Davanti alle opere di Michelangelo Della Morte non si può non pensare alle assonanze del seicento ed in particolare al Caravaggio, alla “sua luce”, ai corpi, agli sfondi.

La luce attraversa le opere di Michelangelo Della Morte, colora gli incarnati con impatti diversi: ora feroci e palpitanti di sangue, ora con sfumature più chiare, rilassate e contemplative.

I corpi di uomini o donne assumono cosi significati simbolici diversi, nelle loro posture classiche e nel loro isolamento inquietante e, direi, tutto postmoderno.

Ed è proprio questa, a mio parere, la cifra stilistica che si coglie: questa dialettica continua tra passato e presente, tra la bellezza manieristica che ci è tramandata dai grandi maestri, e le ossessioni del presente, il senso tragico dello stare al mondo.

Questo artista, grazie a una solida e non ordinaria formazione accademica, fa sua la lezione del passato, (Caravaggio, ma anche Ribera e Rubens) si (ri)appropria dei canoni seicenteschi della bellezza, dell’arte di ritrarre la figura umana, della sacralità dei corpi e della luce, ma contamina e rielabora questa lezione con la sensibilità del terzo millennio.

La sua figura umana, eccezionale nel tratto come quella dei suoi amati maestri, è calata in un atmosfera diversa, spesso claustrofobica, che sembra interrogarsi sul futuro. I suoi corpi sono vicini ad altri oggetti simbolici, e ci comunicano geometrie esistenziali nuove, scenari spesso enigmatici (“Saturno o la melanconia”, “Fracta” 2014).

Quello di Della Morte è un modo estremamente originale e sapiente di guardare al passato, di nutrirsi di quell’arte e cogliere gli stimoli attualissimi, con la testa al futuro. Siamo in presenza di uno di quegli artisti che ha compreso come, nella vita e nell’arte, è possibile avere “un grande avvenire dietro le spalle”.